Ancora sugli arbitri e non solo.

Parlavamo ieri dei costi del football, su alcuni è difficile intervenire drasticamente, purtroppo le attrezzature più importanti arrivano ancora dagli USA e si possono scegliere i momenti in cui il dollaro è più vantaggioso, si possono trovare dealer più convenienti, ma quei costi rimangono elevati. Ci sono però costi sui quali si può fare e fare molto. Pensiamo per esempio alle trasferte degli arbitri, prendiamo per esempio la Sardegna. In Sardegna il football esiste da più di trentanni ebbene ogni loro partita dobbiamo mandare dalla terra ferma una crew arbitrale con costi elevati di trasferta che ricadono su tutti, e lo steso dicasi per altre regioni in cui ci sono molte squadre ma pochi arbitri. Tale politica fa sì che chi si è impegnato per far conoscere il piacere di fare l’arbitro, magari rinunciando a dirigenti capaci, si veda addebitare costi spropositati per le crew arbitrali in quanto deve sostenere le trasferte degli arbitri dalla sua regione in quelle sprovviste. Il danno non è solo economico, ma così facendo si core il rischio che gli arbitri che vengono designati lontano da casa prima o poi si stufino di viaggiare e smettano di arbitrare, perché un conto è arbitrare entro cento chilometri ed un conto è dover ogni week end passarlo in viaggio. Ognuno dei dirigenti che ci tiene a questo sport dovrebbe impegnarsi perché questa situazione finisca. Quando si andava per televisione e si avevano quattro tra settimanali e riviste, gli arbitri erano talmente tanti che si impegnavano per essere convocati. Rimettiamo in campo la passione, dimostriamo che abbiamo capito gli errori commessi in passato, prepariamoci adesso perché il prossimo campionato sia con cadenza al massimo quindicinale, perché ogni campo abbia uno speaker che spieghi il gioco ai neofiti, limitiamo il numero delle partecipanti ai

campionati, e facciamo un torneo di ammissione ai campionati, così da garantire spettacoli credibili. Non permettiamo l’iscrizione in qualsiasi momento a chiunque, ma programmiamo per tempo i calendari, una buona organizzazione non si improvvisa e la credibilità del movimento dipende anche dalla capacità di riuscire a spiegare le regole ma anche a farle rispettare. Mia nonna mi spiegava con non si potevano fare le nozze con i fichi secchi, così non si può accettare tutto pensando che poi in qualche maniera si farà. Le cose si devono fare bene e non in qualche maniera, ma ci vuole l’impegni di tutti. Ognuno deve fare la sua parte e se qualcuno non ha voglia di farlo bisogna fare in modo che si faccia da parte. Bisogna essere consapevoli che il football non è un gioco intuitivo, ma che bisogna allenarsi molto prima di riuscire a tenere il campo in maniera sicura per se stessi e per gli altri, e che questo si otterrà solo con molti allenamenti. Mandare dei ragazzi in campo dopo solo quindici giorni o un mese dalla loro iscrizione a sostenere un campionato, non è solo criminale, ma è dannoso per tutto il movimento. I ragazzi devono capire che giocare è una conquista non un atto dovuto. Non si diventa giocatori di football solo perché si è comprato casco e paraspalle, questo sport esige pazienza, tanta, e se non la si ha ci sono sport più semplici o la play station. Fare i dirigenti vuol dire dirigere, per cui indirizzare, guidare, stilare dei programmi nei quali i giocatori si possano riconoscere, in cui siano fissati traguardi ed obbiettivi chiari, così che tutti possono verificare la crescita. Senza dirigenti o con dirigenti non capaci si naviga a vista con tutti i rischi che ciò comporta.

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