Massimo M. Veronese intervista…
Ricomincia la stagione, e quale modo migliore se non farcela raccontare dalle parole di chi la vive sul campo con i nostri ragazzi? Federico Sangermani è il nostro coach dell’under 13 e coordinatore delle giovanili di flag, oltre che impegnato come Off. Assistant Coach dell’Italia anche nei prossimi Europei di Flag Football Giovanile che si terranno al Lido delle Nazioni dal 24 al 26 settembre. È stato intervistato da Massimo M. Veronese, storica voce italiana del giornalismo sportivo e da sempre amico dei Rams.
Ecco quello che ci sono detti.
Massimo M. Veronese: Federico Sangermani, 42 anni, milanese di San Donato, insegnante al Sacro Cuore di Milano, allena i ragazzi e le ragazze del flag football dei Rams dal 6 febbraio 2022, e ora anche della Nazionale italiana che sarà impegnata negli Europei di Lido delle Nazioni del 24 settembre. Durante l’ultimo Italian Bowl di Ferrara è stato premiato come «Best Coach 2026». Bruciare le tappe del resto è la sua specialità.
Sangermani, cos’è il football americano per chi non ha mai giocato a football americano?
«Pura adrenalina: ogni attimo di gioco può essere decisivo in una partita. Per chi viene come me da sport come calcio e basket dove la base è il giro palla, è una sorpresa continua».
Le è spiaciuto non giocarlo?
«Mi è spiaciuto non averlo scoperto prima».
In che ruolo si sarebbe visto bene?
«Ricevitore. Mi piace la parte atletica del ruolo e poi poter usare le mani».
Il colpo di fulmine per il football quando?
«Quando ho visto giocare per la prima volta Tom Brady.
Appassionarsi è stato un attimo».
E per i Rams?
«Facevo già flag football a scuola, uno sport misto e senza contatto fisico perfetto per i miei ragazzi, e un amico mi ha detto: perché non provi a sentire i Rams?».
Cosa sono i Rams: una sfida, un’avventura o una scuola?
«Sono una famiglia. Mi hanno accettato, dato carta bianca e valorizzato le mie idee. Cosa si può volere di più?».
Cosa insegna il football americano?
«Che c’è sempre un posto in squadra per te, qualunque siano le tue caratteristiche, non devi essere per forza uguale a un altro per giocare. E poi il rispetto per l’avversario e l’arbitro».
Cosa che fa diversi i Rams da tutti gli altri?
«Non so gli altri, ma la mentalità dei Rams è quella di non mollare mai: molte partite le abbiamo vinte all’ultimo snap quando tutto sembrava perduto. Arrendersi è vietato».
Primo sport praticato?
«Io vengo dal calcio. Ho giocato in molte squadra fino ad arrivare in serie D con il Sant’Angelo Lodigiano».
Quali segue e ama?
«Il basket soprattutto europeo: adoro l’Eurolega. E il tennis».
Chi sono stati i suoi maestri?
«La passione è nata da papà che era un grande educatore e un grande sportivo, impegnato soprattutto con i ragazzi negli oratori. Ma grazie lo devo dire veramente a tante persone».
Il suo campione preferito da ragazzo?
«Ronaldo il Fenomeno e Maradona. Il calcio resta sempre il primo amore».
E adesso?
«Jannik Sinner e il greco del basket Giannis Antetokounmpo».
Che insegnante è Federico Sangermani?
«Sono una persona che ama la disciplina ma non applicata in maniera militaresca. Pretendo concentrazione perché punto tanto sul fatto che i ragazzi facciano le cose e capiscano quello che fanno. Cerco di tirare fuori il meglio da ognuno di loro».
Quali sono le basi della sua scuola?
«Non c’è sport al mondo che un ragazzo non possa fare. Se non ti trovi in uno sport vuol dire semplicemente che non hai trovato il tuo. E poi capire che più si fa e più si migliora».
I ragazzi di cosa hanno bisogno?
«Di un posto dove possano essere se stessi ed essere apprezzati per quello che sono».
Qual è il loro peggior nemico?
«La fretta, il volere tutto e subito. Il lavoro invece ha bisogno di tempo per pagare».
E l’alleato più prezioso?
«Qualcuno che guidi i tuoi passi e che ti faccia capite il tuo percorso anche dove non ci sono risultati immediati».
Più difficile vincere o fare buon uso della vittoria?
«Vincere è sempre difficile».
Sa accettare la sconfitta?
«Non si può fare diversamente. Ma è importante che la sconfitta ti aiuti a imparare e migliorare».
Quale avversario le fa più paura?
«L’arrendevolezza. Se uno da tutto anche se esce sconfitto esce a testa alta. Guai a non giocarsela sempre fino in fondo».
Il football, ma anche il flag, è più scuola o istinto?
«Più scuola. Istinto ce n’è poco».
In campo più si rischia o più si calcola?
«È come giocare a scacchi. Prima si calcola ma poi si osa».
Quel che deve dire lo dice sempre in faccia?
«Il modo di dirla cambia da ragazzo a ragazzo ma bisogna sempre dire la verità anche quando è scomoda. I ragazzi sono i primi a sapere se menti oppure no».
La sincerità paga o si paga?
«La sincerità paga sempre. Bisogna saperla comunicare bene».
Cosa la entusiasma di più?
«Quando si crea un gruppo che diventa come una seconda famiglia. E quando misuri te stesso in modo divertente e giocoso. Quando uno fa sport non può mentire».
E cosa la deprime?
«La polemica continua, il mugugno inconcludente».
È superstizioso?
«Diciamo che la superstizione che posso dire è che mangio sempre una Nastrina del Mulino Bianco prima della partita».
La più tenace delle sue convinzioni?
«Se fai le cose con passione non perdi mai. Se sei appassionato trasmetti passioni».
Cosa vuoi fare da grande?
«Mi piacerebbe allenare una squadra di football anche se non ho mai giocato. Anche Sacchi e Mourinho in fondo non hanno mai giocato a pallone…».
Il sogno nel cassetto?
«Vincere qualcosa con la Nazionale di flag. Ma non voglio dire cosa per scaramanzia…».
Come le piacerebbe essere ricordato?
«Dai ragazzi come una persona entusiasta del proprio lavoro che ha permesso loro di conoscersi di più».
Qualcosa che non le ho chiesto ma che vuole dire?
«Voglio ringraziare i Rams perché se ho potuto costruire quello che ho costruito è merito loro compreso il premio come miglior allenatore italiano dell’anno di flag football».
E poi?
«Ho conosciuto Paolo Crosti prima di arrivare ai Rams perché frequentava la mia stessa parrocchia ed era amico del sacerdote che mi ha sposato. Lo conoscevo come Paolo non come Bigram. Forse incontrarsi così senza sapere di noi e di quello che sarebbe stato è stato un segno del destino».




